Ringrazio innanzi tutto gli organizzatori del convegno per avermi invitato nella mia qualità di Presidente della Fondazione Calabria Etica a questo importante evento teso a sviluppare il tema di Etica e Sviluppo partendo dall’ultima enciclica sui temi sociali di Benedetto XVI “Caritas in veritate” che ci invita a riflettere sul significato autentico dello sviluppo e ci sprona ad un radicale cambiamento rendendo storicamente concreti temi come fraternità, solidarietà, gratuità, giustizia sociale, equità, troppo spesso dimenticati o posti in secondo piano.
Sono temi molto vicini alla missione di Calabria Etica, fondazione costituita dalla Regione Calabria per svolgere attività nel campo della solidarietà, del sostegno alle famiglie, della promozione dell’etica e della legalità.
Le riflessioni che andrò a sviluppare si collocano su quel versante etico-sociale che si propone - secondo le parole del Santo Padre - come "dimensione imprescindibile della testimonianza cristiana" .
Ora, le parole con le quali è formulato il tema della riflessione di questa sera, "Etica e sviluppo", la cui interconnessione è ormai comunemente riconosciuta, prefigurano tre ambiti vastissimi alle quali la Chiesa attribuisce sicuro valore.
La chiave di lettura è costituita dalla dottrina sociale della Chiesa ed in particolare dell’enciclica Caritas in veritate.
Il principio di bene comune, e in questo caso di bene comune universale, mi sembra sia quello che meglio si adatti a fare da collante fra etica e sviluppo ed aggiungerei sviluppo sostenibile. Questo principio esige che la società globale si organizzi in modo tale che ogni uomo possa realizzare al meglio le sue potenzialità. E la realizzazione personale dipende dall'impegno di tutti a cercare, appunto, il bene comune. Infatti, lo sviluppo del quale parliamo - quello sostenibile, considerato come componente dello sviluppo umano integrale e che si appoggia sui tre pilastri, economico, sociale e ambientale - deve riguardare tutti, per il presente e per il futuro. In questa universalità c'è una duplice radice: etica ed economico-funzionale.
Quella etica si fonda sul principio della eminente dignità di ogni persona umana, per cui "si tratta di costruire un mondo in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente dominata” (Populorum progressio), La seconda radice, quella economico-funzionale, affonda nella constatazione che, se lo sviluppo non è universale, se non raggiunge tutti i popoli, non è efficace poiché si priva del contributo fattivo di molti e perché le zone di sottosviluppo sono, a lungo andare, causa di squilibri, turbando la dinamica positiva dello sviluppo stesso.
Per conseguire uno sviluppo così concepito, cioè umano e integrale, non si deve mai perdere di vista il parametro interiore dell'uomo, quel parametro che è nella natura specifica dell'essere umano, "natura corporale e spirituale sottolineando come ci si preoccupi troppo poco di salvaguardarne le condizioni morali. L’esclusivo obiettivo del profitto senza il bene comune come fine ultimo rischia di distruggere ricchezza e creare povertà.
Giovanni Paolo II nell'enciclica “Centesimus annus” ha affermato: "non solo la terra è stata data da Dio all'uomo, che deve usarla rispettando l'intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l'uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale di cui è stato dotato". Giova tenere a mente che "la prima e fondamentale struttura a favore dell’uomo è la famiglia”. Non a caso Benedetto XVI scrive: Gli Stati, "sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità della famiglia.
Inoltre, non c'è dubbio che mettere la persona umana anche al centro dell'attenzione sia la cosa migliore e se promuovere la dignità della persona umana è promuoverne i diritti - e nella questione che ci interessa il diritto allo sviluppo, ciò significa anche richiamarne i doveri, cioè, la responsabilità verso se stesso, verso gli altri, verso i beni della natura.
Per essere sostenibile, lo sviluppo deve trovare l'equilibrio fra i tre obiettivi che menzionavo prima: economico, sociale e ambientale e questo al fine di assicurare il benessere di oggi senza compromettere quello delle generazioni future: "Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, ch'è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere" . Ora, la sostenibilità ecologica è possibile solo in un contesto di sviluppo sociale e di crescita economica, quindi, l'eliminazione, lo "sradicamento" della povertà è una componente cruciale dello sviluppo.
Sono ancora i poveri che subiscono i danni maggiori del contesto sociale odierno dove lo sviluppo tende ad affermarsi perché le regole che presidiano l’attività dell’uomo in tale direzione non si attengono a principi etici.
In effetti, la situazione, specie dei più poveri fra i poveri, è drammatica: la povertà dilaga sempre più, nel mondo, in Italia, nel nostro sud, in Calabria. E, come si sa, il reddito non è che uno dei modi di misurare la povertà, poiché, se si considera questo fenomeno in modo più ampio, e più aderente alla realtà, come "privazione di qualcosa", mancanza di aspettative di vita, scarsità di cure sanitarie anche di base o impossibilità di accesso all'acqua potabile, per non parlare, più in generale, di impossibilità di partecipazione, la situazione appare anche più grave.
La nostra percezione del fenomeno della globalizzazione. Fenomeno mitizzato o demonizzato dai giudizi più disparati, se non contraddittori, che va letto, a mio avviso, nell'ottica della dottrina sociale della Chiesa, come un "segno dei tempi", come un dato umano. L'uomo, infatti, vi è implicato, sia come destinatario sia come soggetto attivo e, dunque, esercitando la sua libertà, egli potrà farne risultare un bene o un male. Il Papa lo ha detto chiaramente e lo ha ribadito più volte: la globalizzazione a priori non è né buona né cattiva. Sarà quello che l'uomo ne farà, poiché si tratta di un fenomeno ambivalente, a metà strada fra il bene potenziale per l'umanità ed un danno sociale di non lievi conseguenze.
Poiché la caratteristica più vistosa della globalizzazione è l'aumento della competitività, esiste un danno sociale che appare, almeno per ora, inevitabile: l'aumento delle disuguaglianze. Infatti la disparità tra ricchi e poveri si è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate e la sensazione di precarietà sembra dilagare, specie fra le giovani generazioni. Non si può non convenire, a questo proposito, con Giovanni Paolo II quando definiva intollerabile "un mondo in cui vivono fianco a fianco straricchi e miserabili, nullatenenti privi persino dell'essenziale e gente che sciupa senza ritegno ciò di cui altri hanno disperato bisogno.
Per cercare di ridurre questi effetti negativi del fenomeno, Giovanni Paolo II invocava una "globalizzazione della solidarietà" (cfr. Centesimus annus, 36), invitando la Chiesa, in questo contesto, a contribuire alla creazione di un'autentica cultura globalizzata della solidarietà.
Come procedere per realizzare questo tipo di globalizzazione? È bene risalire, innanzi tutto, alla definizione di solidarietà che è "la determinazione ferma e perseverante ad impegnarsi per il bene comune"
Prime misure da prendere, per cercare di colmarle, potrebbero essere queste: superare le numerose situazioni di conflitto, per lo più etniche; diminuire le spese in armamenti; combattere la corruzione ed impedire la fuga dei capitali all'estero; favorire, come si è detto, programmi educativi e sanitari andando verso la creazione di sistemi, anche elementari, di sicurezza sociale.
Bene, ho toccato argomenti differenti data la vastità del tema dell'incontro. Sono ben consapevole, però, che non ci sarà cambiamento di strutture o di istituzioni senza la conversione delle persone, senza il cambiamento di mentalità prima di cambiare atteggiamento
La parola Etica correlata alla questione dello Sviluppo Sostenibile diventa, a mio avviso, il principio di riferimento su cui muovere tutto il processo ideologico che deve stare alla base di questa grande ed epocale rivoluzione, ancora tutta da implementare.