Non si può parlare di futuro se non si conosce il proprio passato. Tutto, prima di avere una fine, ha un principio. E’ questa la chiave di volta per risolvere qualsiasi tipo di problematica. Ed è da qui che bisogna partire. Non si può, infatti, parlare di “Centri per la Famiglia” se non si ha memoria del suo excursus storico. Non si può puntare alla promozione della famiglia quando si ignorano le varie fasi che ne hanno animato, nel corso dei secoli, la metamorfosi. E’ innegabile che le trasformazioni sociali del ‘900 siano le principali responsabili del cambiamento radicale subìto dalla famiglia. Mutamento che sembra non arrestarsi, essendo in continua evoluzione o, in alcuni casi, in una sorta di involuzione progressiva e incessante.
DA DOVE SIAMO PARTITI
Non bisogna andare tanto lontano negli anni per ricordare la famiglia patriarcale guidata dal padre, nella duplice veste di marito-padrone. Una figura autoritaria alla quale madre e figli erano per cultura assoggettati. La famiglia viveva nella rete tirannica di un patriarca illiberale che esercitava quotidianamente e senza alcun freno il suo potere assoluto. Parliamo di una società di tipo agricolo caratterizzata da arretratezza culturale ed infrastrutturale. Emblematico è il libro”Padre padrone” scritto da Gavino Ledda che racconta con toni drammatici – a tratti anche violenti- la storia di un giovane pastore (il romanzo è autobiografico) che si ribella al padre in un conflitto duro e assoluto, delineandone immagini di sofferenza e angoscia. Siamo tra gli anni Cinquanta e i primi anni Settanta (anni d’ambientazione del libro) contrassegnati dalla ricostruzione e dal rilancio economico del dopoguerra, ma anche dalla povertà, dell’arretratezza in cui il sogno del riscatto è comune alle giovani generazioni che iniziano - la storia di Gavino ne è il simbolo - a ribellarsi ad una cultura “non cultura” incentrata sull’incomunicabilità tra padre e figli. Il ruolo della madre è del tutto marginale.
Il secondo dopoguerra ha rappresentato, pur fra contraddizioni e ritardi, un momento di notevole accelerazione dei processi di mutazione sociale ed economica. Il cosiddetto boom o “miracolo economico” – come viene definito dai sociologi – si è inevitabilmente riversato nella famiglia, mutandone fattezze ed elementi che, fino ad allora, ne rappresentavano la peculiarità. Il bilancio familiare in netta crescita permette una scolarizzazione diffusa che si traduce, inevitabilmente, in un desiderio di affermazione individuale da parte dei figli, ma anche dei genitori che aspirano alla scalata sociale da parte dei loro ragazzi. Il matrimonio diventa una scelta individuale e non più il frutto della decisione familiare. E’ in questo contesto che la famiglia si concentra per soddisfare le esigenze dei bimbi puntando sia sull’importanza dello studio, che della fase ludica. La figura della donna non è più associata al focolare domestico, ma diventa un altro elemento di sostegno economico alla famiglia. Anche lei inizia a lavorare. Il suo ruolo diventa paritetico rispetto a quello del marito.
ARRIVANO GLI ANNI DELLA CONTESTAZIONE STUDENTESCA: i figli criticano i genitori, rei di non adeguarsi ai tempi. Questo momento storico, che segna la nascita di un nuova concezione dei valori, è definito come periodo post-moderno, basato sulla libertà individuale, sulla realizzazione personale e sul rifiuto delle istituzioni politiche e religiose. In questo contesto i legami coniugali si sono andati via via indebolendo. La famiglia inevitabilmente si adegua alla società, la legge sul divorzio ne è la prova.
LEGGE SUL DIVORZIO
Il 1° dicembre 1970, nonostante l’opposizione della Democrazia Cristiana, viene introdotto nell’ordinamento giuridico il divorzio con la legge 1 dicembre 1970, n.898 “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio” (meglio conosciuta come la legge Fortuna- Baslini”).
GLI ITALIANI SCELGONO IL DIVORZIO
Il 12 maggio 1974, con il referendum abrogativo, più conosciuto come referendum sul divorzio, il 59% degli italiani decide di non abrogare la legge in questione.
LE MOTIVAZIONI
I primi divorzi vedono addebitare la colpa al coniuge che, magari, vive nell’onta dell’adulterio. Man mano che gli anni passano, (parliamo dell’ultimo trentennio del ‘900) invece, si consolida il binomio divorzio-fallimento basato su differenze inconciliabili tra i due coniugi, scaturenti dal rafforzamento dell’autonomia individuale.
LE NUOVE UNIONI
Una scelta, quella delle coppie di fatto, tipica della società postmoderna, poco incline alle decisioni definitive e irreversibili. A giocare un ruolo importante in questo processo di trasformazione sono stati i mezzi di comunicazione che hanno fatto colpo perlopiù sui più giovani e sui meno formati culturalmente. Oggi si preferisce investire su rapporti poco duraturi, facilmente troncabili in presenza di un'alternativa migliore, e il matrimonio, specialmente quello religioso, non rispecchia queste caratteristiche. C’è anche chi preferisce, prima di andare sull’altare, fare la cosiddetta “prova generale” della convivenza, per testare la coppia, ma anche per mettere da parte un cospicuo gruzzolo che permetta di sostenere le spese matrimoniali, compreso l’acquisto di una casa, lavoro precario permettendo. Non possiamo tralasciare la feroce polemica che ha investito le unioni di fatto tra individui dello stesso sesso, soprattutto in considerazione della loro richiesta di adottare dei bimbi. C’è da dire che, nonostante diverse proposte legislative, la coppia di fatto non trova una regolamentazione organica all’interno del nostro ordinamento ed in quello della maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea.
SIAMO COSI GIUNTI AI NOSTRI GIORNI
La famiglia, intesa come istituzione, è in crisi. Anch’essa, suo malgrado, è entrata a far parte della spirale della nostra società che ha smarrito i valori della solidarietà, dell’armonia, del benessere interiore, per correre nervosamente e incessantemente dietro al benessere economico e al successo individuale. In questo contesto s’inserisce l’aumento del costo della vita e il problema del lavoro che, nel corso degli anni, è diventato precario. I genitori, anche a causa di questa “evoluzione-involuzione”, passano molte ore della giornata fuori casa lasciando i figli in apposite strutture, alle baby sitter o, quelli più grandi, a casa davanti al computer o davanti alla tv. Il dato che emerge da questa analisi? Essenzialmente uno: la famiglia ha smesso di essere il punto di riferimento d’eccellenza per i giovani che, però, continuano a vivere con mamma e papà fino ai 40 anni. Contraddizioni di una società che sembra, purtroppo, alimentarsi di incoerenze e incongruenze. Ecco perché sono nati “I Centri per la Famiglia”. Per ristabilire e ridare alla famiglia quel ruolo di centralità che le spetta, ormai da tempo strappatole dalla folle e cieca corsa della nostra società.